Alla pugna

di Massimo Supljina

Era un tiepido pomeriggio di primavera dell’anno 1320 e Mastro Galiani, fisico della città (uomo in arme stipendiato dal Comune) si godeva il panorama dalla cinta di San Giusto. In basso si sentiva il suono della campana che annunziava gli ultimi assogettati agli ordini del podestà, ragazzetti di quindici anni appena compiuti, probabilmente; con delibera del Maggior Consiglio, infatti, chiunque nel Comune era armato e aveva tra i quindici e sessant’anni andava a leva occasionale in caso di pericolo, sempre entro le cinta murarie sorvegliate.

Le mura che sorvegliava da anni le conosceva bene: cingevano i quattro rioni e sottoborghi della città, ovvero Castello, che comprendeva Caboro, Pietralba, Pusterla, Figara, S.Lorenzo, Grumazzo, Prelaser, Zudati, Rena, Rivola e Pontar. Riborgo, cioè tutte le straduccie nel triangolo tra la porta omonima e la via Malcanton. Mercato, tra via Malcanton, Pozzo bianco, Gusion, Muda e Punta del forno. Cavana andava invece da Punta del forno al barbacane di porta S.Michele e giù sino alla torre Tiepolo in capo alla via della Torretta.

Le torri della cinta, armate con castelletto, piombatoie e ponte levatoio, erano Triborgo, Donota, S.Michele e Cavana, a cui si aggiungevano le torrette, guarnite solo di di una postierla, ovvero Portizza, Saline, Pusterla, S.Lorenzo. Guardano il mare, vi erano anche Tor delle Beccherie, Tor Grande e Tor Fradella.

Il panorama dal colle, però, era il migiore possibile: vi si scorgevano interamente il verde del paesaggio intorno e il mare. I colli circostanti erano coperti da boschi; su di essi si osservavano rozze casipole adunate insieme, come branchi di pecore, che accupavano l’erta di Tigor e S. Lorenzo. Alcune capanne con il tetto di paglia e grosse inferriate alle finestre stavano sole tra campi vivi e maggesi pronti alla semina tra il pendio di Scolcula (Scorcola N.d.t.) e Ponzano (San Giacomo in Monte). Sylvula (Servola) spingeva in mare il suo promontorio ricoperto di quercioli e Balcola (Barcola) si ricopriva di castagni.

Trieste: cinta muraria nel Medioevo. Quello che vedevano gli occhi del Mastro Galiani.

Nulla poteva guastare una così bella e tiepida primavera.
Tranne i veneziani.


Così si può immaginare uno spaccato di vita reale di una persona realmente vissuta nella nostra amata città settecento anni prima di noi. Dalle notizie sparse nei documenti, che somigliano a pezzetti di una lettera stracciata, si tenta pazientemente di ricostruire frammenti di vita reale; e se manca qualche frammento o parola, la nostra mente, afferrandone il senso, cerca di completare le piccole lacune. Così nelle carte del XIV secolo troviamo poche memorie, ma bastano a dimostrare come il Comune si preoccupasse delle sue mura con affannosa e paterna sollecitudine e cercasse di renderle vieppiù capaci di resistere all’urto degli assalitori. Difenderle era una consegna che una generazione ereditava dall’altra e la rispettava non solo per il sentimento della propria conservazione, ma per il culto dovuto alla patria (tutto quello all’interno delle mura cinte descritte prima).

Ogni anno i Triestini votavano una somma di denaro per rifornire il deposito dei materiali guerreschi: l’arsenale di via Cavana custodiva le macchine lanciatoie, ovvero due mangani (una specie di altalena, una gran trave in bilico con a una base una cassa piena di sassi e alla cima opposta una fionda), alcune centinaia di panni di sego (lo statuto prevedeva la provvigione per illuminare le vedette: erano ciambelle o stoppini di corda unti di sego e bitume), corda, stoppia, pece greca, zolfo e altri materiali incendiari (bronze e cenere ardenti con l’aggiunta di altri corpuscoli pesanti venivano gettati giù dalle feritoie negli assedi. Bruciavano, ma non essendo troppo volatili si riduceva il rischio di incendiarsi la città da soli).

Nella vecchia loggia si tenevano le armi sussidiarie per la milizia, ovvero mille piloti (o pili), che erano armi in asta che finivano a punta oppure a farfalla tagliente, per cui ritirandole si allargava la ferita lacerando le carni (nella figura, sono la sesta e la settima da sinistra).

Armi nel Medioevo

Si aggiungevano, poi archi, frecce, verrettoni (dardi grossi di punta quadrangolare), spuntoni, mannaie, ascie, picconi e badili.

Le milizie mercenarie, specialmente assoldate per i combattimenti esterni (i cittadini non uscivano dalle mura essendo preposti alla difesa) andavano armati con balestre con dieci dardi triangolari ciascuno (si usavano in larga misura all’inizio del combattimento, prima di venire all’arma bianca, per sfoltire e scompaginare gli avversari), spatha (spada, lunga, dritta, a una mano e con due fili) o ensis (lama corta e larga, più simile a un messer).

Gli scutiferi avevano una mazza di ferro o pietra e lo scudo, rivestito di cuoio (bagnato) e con guiggie per poterlo imbracciare o portare sulla schiena agevolmente e per lungo tempo (gli scudi si suddividevano in tre grosse categorie all’epoca, grosso modo conformi all’uso: targhe triangolari o a forma di cuore, rotelle e tavolacci. I primi validi con arma in asta corta e arma bianca, i secondi con arma bianca e gli ultimi con asta).

Il vestito consisteva in una camicia di grossa flanella, corazza o lamiera, bracciali e gurdia cosce con corregge; una soprasberga o tunica di panno, senza maniche e lunga al ginocchio, aveva dipinta l’alabarda, arma della città. Per il capo si usavano le cervelliere o gli zucchetti a pan di zucchero (denominazione posteriore) senza difesa facciale (fig. A e B).

Caschi ed elmi

Il retaggio romano imperiale è evidente. Nonostante gli influssi barbarici (principalmente stile e metodo di combattimento) dal 550 al 1300, gli strumenti e le protezioni rimangono con un’impronta molto forte nelle forme e nei materiali. Prediligere lo schieramento, come nell’Impero, necessitava di una formazione bellica e strategica basata su falangi e metodi di combattimento di gruppo, ma il retaggio continentale era più individuale e meno in formazione (non che non esistesse, ma era meno utilizzato), modifcando lo stile di lotta a nuove opportunità e schermaglie.


La difesa cittadina si evidenziava di uno stile scarno, quasi povero, limitato alle possibilità economiche. Erano il volere e il valore dei cittadini, come Mastro Galiani (nel suo testamento del 10 marzo 1336 lascia alla città, oltre a diverse armi, una corazza, un gorgiera di metallo, due paia di guanti, di cui uno di maglia e uno di lama, e un bacinetto con camaglio), che ci tennero sicuri e indipendenti per quasi novecento anni, dal 476 al 1368. Contro potenze come Venezia e Aquiliea resistemmo fino al 1368, quando fummo assoggettati per undici anni.

La svolta politica avvenne con Leopoldo I d’Austria, ma sopratutto con l’introduzione di nuove tecniche di guerra e armi. Il metallo e i dardi stavano per lasciare il passo al fuoco, già timidamente in uso dal 1319-1327, ma questo è un altro capitolo.

Bibiografia ed illustrazioni

  • G. Caprin, “Il Trecento a Trieste”, Trieste 1897.
  • Catalogo ERPAC del patrimonio culturale FVG
  • Testamento di Lor.Barberino de Francol, arch. Dipl. Di Trieste, Vicedomini 23 agosto 1322, volume III, pag 136 e 137.
  • Inventario delle masserizie lasciato da Giovanni de Gennani 4 settembre 1440.
  • Don Angelo Marsich, regesto delle pergamene conservate nell’archivio del capitolo della cattedrale di Trieste.
  • “Archeografo Triestino” vol VI e VII 1879-80-81.
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