L’evoluzione della spada (Parte I)

di Moreno Gherlizza – Chartae Historiae 1 (ottobre 2016)

Strumento ricco di simbologie, la spada è l’oggetto attorno al quale ruota il filone principale della nostra attività sociale.

Vediamo la sua nascita in piena età del Rame, all’incirca 5000 anni nel passato. Questo periodo della Preistoria, considerato spesso come l’ultima frangia del Neolitico, segna la prima fase della lavorazione dei metalli. Il Calcolito, o Eneolitico, è fatto iniziare ufficialmente nel 3330 a.C., stando alla datazione dell’ascia di rame ritrovata sull’Hauslabjoch; un recente ritrovamento di un altro attrezzo dello stesso tipo a Prokuplje in Serbia potrebbe però far retrocedere la periodizzazione al 5500 a.C.

La civiltà neolitica godeva già di un discreto benessere tecnologico. L’umanità viveva in vere e proprie case e non più in capanne o grotte. Agricoltura e allevamento erano divenute realtà stabili. Le varie comunità erano unite da sentieri commerciali percorsi sia da carri sia da mercanti a piedi, mentre laghi, fiumi e mari erano solcati da canoe e piroghe. I ritrovamenti lasciano intendere che i nostri antenati utilizzassero anche erbe e funghi a scopo medico e antibatterico.

Ciò che caratterizzò la spada, rispetto alle altre armi utilizzate nel Calcolitico, fu il suo scopo primario. Mentre archi, lance, pugnali e asce erano essenzialmente strumenti venatori o attrezzi, la spada era finalizzata puramente a ferire o uccidere altri esseri umani. Si trattava essenzialmente di un prolungamento del pugnale di rame, che a sua volta derivava dal coltello neolitico.

Quando, al giorno d’oggi, viene descritta un’arma bianca, questa viene immaginata in posizione espositiva, con la punta in basso e il filo a sinistra. In questo modo, ciò che è definito “in alto” si trova verso l’impugnatura. Ciò che si trova verso l’osservatore viene detto “di fuori” o “esterno”, mentre ciò che si trova dal lato opposto è, per forza di cose, “di dentro” o “interno”.

Spada di rame di tipo Sant'Iroxi (lama triangolare). Spada di bronzo (lama a fili paralleli).
Spada di ferro della cultura Hallstatt (sotto).
Spada di rame di tipo Sant’Iroxi (lama triangolare). Spada di bronzo (lama a fili paralleli).
Spada di ferro della cultura Hallstatt (sotto).

La spada di rame aveva una lama di forma triangolare e terminava in alto con un codolo piatto e corto con uno o tre fori. Il codolo è la parte della lama che penetra all’interno dell’impugnatura. Sul codolo, con uno o tre rivetti, era fissata un’impugnatura con elso e pomo a barretta. L’elso è l’elemento che si trova tra la lama e l’impugnatura, e in questo caso si riduceva al solo massello, che è la sezione che rimane entro i limiti della larghezza della lama. Il pomo è la parte che termina l’arma in alto, fornendo un appoggio alla mano e bilanciandone il peso. Quando elso e pomo a barretta racchiudono un’impugnatura dritta, si parla di “fornimento ad H”, dove con “fornimento” si intende tutto il complesso che viene fissato alla lama. La sezione di lama che appoggia al massello è definita “tallone”. Spesso la lama era percorsa da una o tre “nervature”, che ne aumentavano la stabilità e la resistenza.

Una spada di rame di una certa fama era la cosiddetta “Sant’Iroxi”, utilizzata dai guerrieri Shardana al servizio dei faraoni egizi Ramessu I e Ramessu II. Questa spada, sempre dalla lunga lama triangolare, raggiungeva anche gli 80 centimetri di lunghezza ed era fusa in rame arsenicale che, grazie a una certa percentuale di arsenico, presentava caratteristiche meccaniche superiori alle altre armi coeve. La perfetta coincidenza tra le spade ritrovate e le raffigurazioni dei guerrieri che le utilizzavano, supportano una teoria che vede gli Shardana originari della Sardegna.

Con l’arrivo del bronzo, la spada non subì particolari modifiche nella sua forma basilare. Raggiunse una lunghezza di anche una novantina di centimetri; il fornimento rimase semplice e fuso in un sol pezzo con l’arma, oppure era formato da guanciole rivettate sul codolo, che si era allargato e allungato fino a interessare tutta la sagoma dell’impugnatura. Ciò che accadde altrove nel mondo, al di fuori dell’Europa, è che iniziarono ad apparire anche altre forme di lama. Una di queste era la khopesh egizia, che presentava una lama dritta nel primo terzo e poi fortemente curvata in avanti e poi all’indietro, descrivendo una forma di falce. In quest’epoca apparvero inoltre lo scudo, grande e rotondo, e le protezioni per il corpo, inizialmente sotto forma di piastre bronzee cucite agli abiti, e in seguito come vere e proprie armature.

Contrariamente a quanto si pensa, l’uso del ferro, a partire dal 1300 a.C., non migliorò subito le proprietà meccaniche della spada: fornì un’alternativa a costo inferiore rispetto alle armi bronzee, ma anche una qualità ridotta, seppur era più leggera. Le prime spade in ferro ricalcavano quelle in bronzo; spesso i due tipi coesistettero e furono scelte individualmente o geograficamente in base alla disponibilità dei materiali e dei costi.

In Europa, con la cultura di Hallstatt (900-500 a.C.) si consolidò l’uso di una spada di ferro con impugnatura fusiforme e pomo discoidale, posto orizzontalmente, spesso sormontato da figure decorative. L’elso era ancora ridotto al solo massello. La lama, a partire dall’alto, si allargava nel primo terzo (chiamato “forte”), per restringersi nel secondo (il “medio”) e riallargarsi lievemente nel terzo (il “debole”). La punta terminava chiudendosi ad angolo retto. Queste spade continuarono ad alternarsi con quelle di bronzo di foggia più antica.

Nella successiva cultura gallica di La Tène (450-50 a.C.) la lama si semplificò nuovamente, presentando fili dritti paralleli e un fornimento più semplice e riduttivo. La lavorazione del ferro raggiunse livelli qualitativi sufficienti a surclassare il bronzo e si iniziarono a ottenere i primi oggetti in acciaio, considerato inizialmente un errore, in qualità di “ferro sporco”. Dalla stessa cultura fu inventata la cotta di maglia, che ancora oggi viene utilizzata nei guanti da macellaio e nelle mute da sub come precauzione contro i morsi degli squali.

Nello stesso periodo Roma, fondata ufficialmente da Romolo nel 753 a.C. e trasformata in Repubblica nel 509 a.C., si stava sviluppando rapidamente. Le legioni romane erano armate di grande scudo rettangolare e di gladio, una corta spada con elso semplice a barretta e pomo tondeggiante, con impugnatura di tipo anatomico formata da quattro gole (depressioni) separate da tre creste (parti rilevate) per l’alloggiamento delle dita. I legionari erano protetti da un’armatura leggera chiamata lorica, che poteva essere composta da vari materiali. I tipi più famosi sono la lorica hamata (in maglia di ferro), la lorica squamata (in scaglie metalliche o di cuoio) e la lorica segmentata (in bande metalliche). I Catafratti, truppe a cavallo, erano equipaggiati con un’arma più lunga, chiamata “spatha”.

In periodo romano si iniziò a produrre le lame con codolo a sezione quadrangolare o cilindrica, che attraversava un foro attraverso tutto il fornimento e veniva ribattuto sul pomo, rendendo tutta l’arma solidale e resistente.

In Nord Africa si sviluppò un’arma chiamata shotel, che ricalcava più o meno le forme della khopesh egizia, e che perdurò fino al XX secolo. Le truppe italiane infatti riportarono dall’Eritrea numerosi shotel, che venivano ancora utilizzati regolarmente sul posto.

Nel corso della storia dell’Impero romano (27 a.C. – 395 d.C.) e dell’Impero romano d’Occidente (395 a.C. – 476 a.C.) le armi non cambiarono in modo significativo. Fu dopo la caduta del secondo e con l’inizio dell’Alto Medioevo che le spade videro un’altra evoluzione. Le prime armi dei Franchi e dei Longobardi erano lunghe fino a un metro circa e presentavano una lama larga, adatta al colpo di taglio, in contrapposizione agli strumenti dei secoli precedenti, finalizzati al colpo di punta. L’elso iniziò ad allungarsi uscendo dai limiti di larghezza della lama, andando a formare il braccio di guardia (dalla parte del filo, rivolto all’avversario) e il braccio di parata (dalla parte del falso filo, rivolto a se stessi). Il pomo era di solito anch’esso a barretta, andando a formare un fornimento ad H. Sulle lame apparve lo sguscio, una parte incavata lungo l’asse centrale della lama. Contrariamente a quanto solitamente creduto, lo sguscio non serviva a far colare il sangue, ma alleggeriva la lama e modificava l’effetto della tempra, andando a ottimizzarne l’effetto. Nello stesso periodo apparvero anche le cosiddette “mezze spade”, armi di misure e foggia simili a quelle normalmente usate, ma con la lama dritta a un filo solo o a un filo e un terzo (e cioè con il falso filo soltanto al debole). Spesso queste lame presentavano un ingrossamento lungo il dorso e un margine non affilato, definito “costolatura”.

Le armi difensive principali erano gli scudi a mandorla o a goccia, lunghi e con il margine inferiore appuntito, e le rotelle, scudi rotondi più piccoli rispetto a quelli dell’epoca classica, che di norma coprivano dalle clavicole all’inguine. Le armature erano spesso di maglia di ferro, con alcune parti di piastre metalliche, che con l’approssimarsi del Basso Medioevo divennero sempre più ampie fino a divenire estese protezioni dedicate a ogni parte del corpo. A differenza della credenza popolare che vuole il cavaliere incapace di alzarsi da terra con l’armatura addosso, queste protezioni difficilmente superavano i 30 kg di peso complessivo e il combattente riusciva agevolmente a muoversi, al punto che veniva praticata anche la lotta in armatura.

Nel Basso Medioevo apparve la spada a una mano e mezza (oggi chiamata impropriamente “bastarda”), lunga fino a 120-130 centimetri. Questa divenne subito l’elemento distintivo del cavaliere, che la utilizzava a due mani nei combattimenti a piedi, a una mano a cavallo affiancata allo scudo scapezzato, derivato dall’accorciamento del tipo a mandorla. Anche dalla rotella derivò un piccolo scudo da impugnare: il “brocchiere” o “boccoliere”, spesso costruito interamente in metallo e del diametro di una trentina di centimetri. A piedi, scudo e brocchiere erano utilizzati come armi difensive associate alla spada a una mano, che in quell’epoca si specializzò in due forme distinte. Il primo tipo era più pesante e con impugnatura corta, adatta al colpo di taglio e alla scherma con lo scudo, mentre il secondo era più sottile e scattante, con impugnatura più lunga, predisposta ai combattimenti con il brocchiere e al colpo di punta. Proprio sulla scherma di spada e brocchiere apparve il più antico trattato di scherma europeo, il Manoscritto I. 33, conservato nella Torre di Londra e datato attorno alla fine del XVIII secolo. Scritto in Germania in lingua latina, arricchita da alcuni termini in tedesco, vi viene descritta una tecnica basata su una serie di obsessiones, assedi, e conseguenti azioni, finalizzati a superare alcune posizioni di guardia definite “custodie”. È possibile ancora oggi apprezzare l’importanza della tattica, del colpo di punta, della velocità e dell’agilità del combattente, in contrapposizione con l’immaginario collettivo contemporaneo che vede nello schermidore medioevale un combattente rozzo, brutale e privo di tecnica.

Nel corso del XIV secolo, sempre in Germania, il Maestro Jehannes Liechtenauer stabilì un sistema di scherma completo per svariate armi, che continuò a essere impiegato nell’areale tedesco fino al XVII secolo. Purtroppo non rimane nessun trattato originale, ma la sua tecnica venne descritta e ripresa da quasi tutti gli autori tedeschi che lo seguirono.

Fornimento di spada a una mano e mezza con archetto di guardia.
Fornimento di spada a una mano e mezza con archetto di guardia.

Più famosa tra i trattati del Medioevo è l’opera di Fiore dei Liberi da Cividale, Maestro friulano che scrisse il Flos Duellatorum, o, in altre versioni, il Fior di Battaglia o il Florius de Arte Luctandi. Questo trattato, giunto a noi in almeno quattro edizioni, descrive egregiamente la tecnica di spada a due mani, che si dimostra estremamente efficace e strutturata. Scritto da un Maestro molto esperto ed eclettico, spazia su tutte le armi utilizzate dalla nobiltà medioevale, comprese la spada e la lancia a cavallo, essendo dedicato rigorosamente al sangue blu. Nel prologo è ben specificato come il trattato stesso, all’epoca, dovesse essere tenuto nascosto al popolo, ritenuto inadatto alla scherma, poiché generato del Cielo per portare carichi pesanti come le bestie da soma. Probabilmente per questo motivo Fiore non trattò le tecniche di spada e scudo e quelle di spada e brocchiere all’epoca utilizzate dal popolo e dalla fanteria.

Ancora oggi esiste una sorta di contrapposizione tra gli stili di Liechtenauer e di Fiore dei Liberi nello studio della scherma storica e nel confrontare i tratti positivi e negativi di una tecnica rispetto all’altra.

Tra Alto e Basso Medioevo, contemporaneamente alla sparizione della mezza spada, fanno la loro comparsa altre armi a un filo, o a un filo e un terzo, di derivazione contadina. Con lama più corta e ricurva, questi strumenti si affermarono soprattutto tra il popolo e tra le truppe specializzate, come arcieri e balestrieri, che le portavano assieme al brocchiere come armi ausiliarie. Queste erano il messer di areale tedesco e il falcione di origine italiana, che si distingueva dal primo per la lama solitamente allargantesi all’ultimo terzo. Esiste un trattato tedesco della seconda metà del XV secolo, il Kunst des Messerfechtens di Johannes Lecküchner, che descrive una tecnica di messer molto ricca e precisa, basata soprattutto su attacchi alla mano armata e derivata da quella di base di Liechtenauer.

Dalla prima metà del XV secolo iniziò ad apparire sull’elso un elemento supplementare: l’archetto di guardia, che scendeva a descrivere una curva dall’uscita del braccio di guardia dal massello, allontanandosi dalla lama per poi ritornare ad avvicinarvisi. Lo scopo dell’archetto di guardia era di poter impugnare la spada accavallando il dito indice sul braccio di guardia, mantenendolo nel contempo racchiuso in una struttura difensiva. La porzione di lama compresa tra il massello e il limite inferiore dell’archetto prende oggi il nome di “ricasso”. Questo tipo di impugnatura, pur non variando la posizione della mano, la avvicinava al baricentro dell’arma e rendeva più difficoltoso il disarmo, migliorando il controllo sullo strumento e la precisione nel colpo di punta.


Prosegue nel prossimo numero di Chartae Historiae.

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