La musica europea nel Medioevo

di Diego Biloslavo – Chartae Historiae 1 (ottobre 2016)

Reperibilità dei documenti storici

Nel discutere di musica più o meno antica, si incappa sempre in un problema comune: l’assenza quasi totale di spartiti, o altri reperti utili alla comprensione dell’argomento, che siano giunti sino ai nostri giorni. L’esempio più indietro nel tempo è rappresentato da alcuni frammenti di tavolette di argilla ritrovate in Mesopotamia e risalenti circa al 2000 a.C., nelle quali, con scrittura a caratteri cuneiformi, si istruisce sull’utilizzo della lira. Dal periodo greco e romano ci sono pervenuti alcuni manoscritti, qualcuno pure completo, oltre ai noti studi in merito al temperamento della scala musicale svolti da Pitagora (o perlomeno era questa la convinzione durante il Medioevo).

Comprare la pergamena, nel periodo medievale, era costoso e questo è uno dei motivi della scarsità di materiale perdurato fino a oggi. La maggior parte dei documenti conservatisi è arrivata fino a noi grazie alle più potenti casate nobiliari; anche il clero ha contribuito a ciò e non a caso alcune delle produzioni più consistenti riguarda composizioni a tema religioso. La rarità delle fonti è anche da ascrivere al fatto che molta musica, in particolare di matrice profana, era frutto di improvvisazione oppure creata per occasioni particolari e veniva eseguita un’unica volta.

L’evoluzione musicale e le monodie

Dopo questa doverosa premessa, va sottolineato inoltre il notevole lasso di tempo preso in esame, ossia dalla caduta dell’Impero Romano nel V secolo alla scoperta dell’America sul finire del XV. Tuttavia, con il termine di musica medievale, si intendono più comunemente le correnti sviluppatesi tra l’inizio del Basso Medioevo fino agli albori del Rinascimento.

La musica popolare dell’Alto Medioevo, evoluzione di quella romana, si suppone fosse monofonica e omoritmica, senza accompagnamento strumentale. Nella liturgia cattolica era consuetudine l’uso dell’inno, un componimento dalla melodia semplice e ripetuta nelle varie strofe cantate dai fedeli; nato in Asia Minore verso il II secolo, si diffuse in Europa dal IV. Contemporaneamente si sviluppò il canto religioso, con diverse caratteristiche a seconda dei luoghi; in gran parte da questa corrente, nel corso dell’VIII secolo, presero vita i canti Gregoriani.

All’inizio dell’XI secolo il monaco Guido d’Arezzo ideò, dallo sviluppo della notazione neumatica, il tetragramma, sul quale presero spazio le note quadre, in luogo del precedente sistema di neumi tracciati in concomitanza dei versi. Coniò inoltre i nomi delle note musicali, introducendo la nomenclatura usata tutt’oggi, con solo lievi perfezionamenti, e lo si può annoverare come colui che gettò le basi della notazione musicale moderna. Suo è anche il sistema dell’esacordo, usato nel Medioevo per apprendere la musica. Ci vollero comunque altri tre secoli per giungere a un sistema notazionale che comprendesse anche il ritmo.

L’Alto Medioevo vide la diffusione di monodie sacre e profane, queste ultime a opera di trovatori (Provenza), trovieri (Francia settentrionale) e minnesanger (Germania), i quali cantavano o declamavano i testi, di cui ben oltre mille pervenutici, mentre per quanto riguarda le melodie ne possiamo contare solo trecento superstiti, anche se non siamo in grado di ricavarne con certezza il ritmo. Durante il dominio di Federico II nel XIII secolo, in Sicilia si assistette all’avvento di un filone di poeti di formazione spesso slegata dall’ambiente ecclesiastico, da cui derivò una scissione, durata circa un secolo, tra musica e poesia, ormai scritta in lingua volgare.

In seno alla Chiesa invece si formarono nuove produzioni musicali sacre strettamente connesse alla liturgia e divise in due correnti: da una parte le laudi, di tradizione volgare, dall’altra la produzione in latino, ossia l’ufficio drammatico. Quest’ultimo consisteva in rievocazioni teatralizzate tratte da vicende bibliche messe in scena durante le celebrazioni sacre. Da tale pratica si evolvette il dramma liturgico, vera e propria rappresentazione teatrale recitata dai chierici in uno spettacolo interamente cantato: la melodia poteva derivare dallo stile gregoriano oppure da uno più moderno, inizialmente in latino e progressivamente anche con parti eseguite in lingua volgare per incontrare maggiormente la compiacenza del popolo. Con lo stesso intento in tali rappresentazioni vennero infine inserite scene comiche, provocando però la reazione della Chiesa, la quale, notando il carattere troppo profano, vietò l’esecuzione dei drammi liturgici all’interno delle chiese. Di conseguenza vennero relegati ai sagrati al di fuori degli edifici ecclesiastici, furono scritti interamente in lingua volgare e presero il nome di sacre rappresentazioni.

A seguito dell’affermazione dell’ordine francescano e al rinnovato stimolo religioso, presero piede le laudi, componimenti musicali in volgare eseguiti al di fuori dell’ambito liturgico. Uno degli esempi più noti di questa tipologia è il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi.

Simone Martini, Musici (dettaglio dall'affresco della Vestizione di San Martino), Basilica inferiore di Assisi
Simone Martini, Musici (dettaglio dall’affresco della Vestizione di San Martino), Basilica inferiore di Assisi

Dall’organum alla polifonia

Parallelamente al progresso delle monodie, sorsero e maturarono composizioni a due voci, diafonie, e successivamente a tre o più, sancendo l’incipit della polifonia.

L’organum era una forma di canto a due voci, in cui una melodia gregoriana veniva trasporta di un intervallo di quarta o di quinta giusta. Il suo uso era già consolidato un secolo dopo l’avvento del canto Gregoriano e, agli inizi, prevedeva lo spostamento di intervallo verso il basso solamente in una sezione centrale del brano, mentre partiva e terminava all’unisono. In periodo più tardo venne sviluppato l’organum libero, in cui si utilizzavano nuovi concetti come il moto contrario, a cui seguì l’introduzione del moto simile e del moto obliquo.

Il passaggio dalla diafonia dell’organum alla polifonia vera e propria si ebbe verso l’XI secolo e vide via via lo sviluppo di nuove tecniche e stili compositivi, tra i quali per esempio il mottetto, nato come composizione sacra e passato poi anche a contenuti profani, arrivando a contare fino a cinque voci.


Ars antiqua e ars nova

Con la fondazione della scuola di Notre-Dame nel 1150 a Parigi, si apre quel periodo della musica medievale che verrà ricordato come ars antiqua. In una prima fase, oltre alla notevole crescita della musica polifonica, gli autori uscirono dal tradizionale anonimato emergendo come artisti: i primi furono Magister Leoninus e Magister Perotinus Magnus, in parte ancora legati allo stile dell’organum. L’evoluzione polifonica del canto Gregoriano indusse la clausola, ossia la chiusura dei canti, a diversificarsi e abbellirsi alle orecchie del pubblico per la velocità di esecuzione che portava a risaltare il gioco contrappuntistico. Con l’ampliamento, o tropo, della clausola e l’inserimento di nuove voci, questa si staccò dal canto dando vita al motetus (mottetto). Proprio l’elaborazione dei mottetti diede brio alla seconda fase della scuola, favorendo per la prima volta la consapevolezza delle varie voci e convalidandone così l’autonomia. Oltre a nuove tecniche polifoniche e all’introduzione del canone, un evento notevole della seconda fase avvenne grazie a Francone da Colonia nel 1260 con quella che sarà la base della concezione della misura del tempo della musica occidentale. Con l’aggiunta della terza voce si era ormai resa indispensabile una suddivisione del tempo, che venne risolta con degli schemi ritmici ternari, corrispondenti ai nostri tempi composti.

Il 1320 segna il passaggio dall’ars antiqua all’ars nova, avvenuto pressoché contemporaneamente in Francia e in Italia e caratterizzato da una serie di innovazioni tanto nella notazione quanto nell’esecuzione musicale. Il teorico più importante è il francese Philippe de Vitry, autore del trattato Ars Nova Musicae che, pur se molti secoli dopo, ispirò il nome attribuito a quest’epoca. De Vitry fu anche un attivo autore di mottetti in latino e francese. Pure il normanno Johannes de Muris diede un notevole contributo grazie al trattato Musica practica. Guillaume de Machaut fu il più grande musicista francese ed è noto anche per essere stato il primo ad aver scritto da solo un’opera integralmente, la Messa di Notre-Dame. Altre forme compositive comuni in Francia erano le ballate, i rondeau, gli hoquetus, le cacce e i canoni.

In Italia, pur non avendo come in Francia un corrispettivo periodo dell’ars antiqua degno di nota, fiorì l’ars nova, anche se in forme più semplici, nelle corti delle più potenti città del centro e del nord della penisola. Gli esponenti più rilevanti del periodo sono stati Giovanni da Cascia, Jacopo da Bologna, Marchetto da Padova, Gherardello da Firenze e Francesco Landini di Firenze. I primi due erano importanti autori di madrigali, ossia i più diffusi componimenti del tempo: strutturati a strofe, erano solitamente a due voci. Altre forme musicali in uso in Italia erano i mottetti, le ballate e le cacce a tre voci.

L’arrivo del Quattrocento vide l’alba del Rinascimento che, per quanto collocabile in parte nel Medioevo, segnò la crescente importanza di regioni come la Fiandra e la Borgogna, con la parziale perdita di influenza da parte della Francia. La nuova scuola franco fiamminga rinnovò la pratica polifonica della messa e del mottetto gettando le fondamenta della teoria dell’armonia.


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